'Non tenterò nemmeno una rassegna con bilancio degli studi linguistici in questo settore, e sono molti, dispersi e di assai disuguale valore, distribuiti-per così dire-su un arco che va dalle curiosità dotte ed episodiche ai severi e reiterati impegni scientifici. Vorrei invece citare subito un giudizio della massima autorità italiana degli studi etnotoponomastici, che serve a metterci in guardia nei confronti di troppo facili entusiasmi totalizzanti: "una presentazione complessiva della toponomastica italiana antica trasmessaci dalle fonti classiche e dalle iscrizioni greche e latine, ci appare per ora prematura; non sono state sufficientemente esplorate molte regioni, e troppo divergenti risultano alcune spiegazioni o le semplici proposte di vari studiosi che hanno dedicato decenni di indagini a questo settore della linguistica storica (settore assai delicato). Esso richiederebbe, d'altro canto, anche monografie preliminari con la collaborazione di vari ricercatori" (cfr. G.B.Pellegrini, Toponimi ed etnici nelle lingue dell'Italia antica in "Lingue e dialetti dell'Italia antica" a cura di A. L. Prosdocimi, Roma,1978, pag. 82). 2. Per l'interpretazione linguistica di etnici e /o toponimi dell'Italia antica, oltre alle considerazioni già fatte, deve valere una constatazione, che abbraccia le condizioni generali degli studi onomastici in Italia: se nel settore della antroponomastica tali studi, per lungo tempo episodici o del tutto trascurati, hanno ora imboccato la più sicura strada Maestra per il generoso e competente impegno di E. De Felice, in quello della etnotoponomastica la situazione è ancora -per così dire- in una fase transitoria ed interlocutoria.
Ritengo che queste parole ci possano servire da monito ed insieme da viatico per questo primo, breve "percorso".
1. Proverò a invece ad indicare,sia pure per grandi linee, le condizioni "testuali" e "linguistiche" delle attestazioni di etnici toponimi dell'Italia antica. Nel primo caso non vi è dubbio che le categorie testuali sono sostanzialmente tre: fonti letterarie (latu sensu, soprattutto storiche e geografiche, ma in pratica sono coinvolti tutti generi letterari del mondo antico e le connesse competenze filologiche); fonti epigrafiche (greche e il latine, ma anche di altra pertinenza linguistica, dalle cosiddette lingue "indigene" a quelle più meno "colonizzatrici"); fonti numismatiche (anche queste, ovviamente, non solo greche e il latine e con la ricerca doverosa su di aggettivi limiti documentari di questo particolare tipo di testualità).
Sarebbe auspicabile che un futuro "Dizionario degli Etnici e Toponimi dell'Italia Antica" (DETIA), al cui progetto -da me già lungamente vagheggiato- sto ora concretamente lavorando con il prezioso aiuto del collega Poccetti, si proponesse innanzitutto come Thesaurus di tali fonti, eventualmente corredato degli opportuni commenti storici, filologici, epigrafici, numismatici, archeologici, topografici, linguistici in un'ottica necessariamente interdisciplinare.
Non credo invece che per lo studio degli etnici e toponimi antica possono essere di grande aiuto le sicure o presunte continuazione onomastica medievali e moderne: in questo caso si rischia moltissimo di tre tranche "le ombre come cosa salda", soprattutto nei casi di illusoria trasparenza designativa, come quello da me a suo tempo segnalato di Castelvecchio Subequo, moderna continuazione del peligno Superaequum, attraverso la falsa e paradossale rilatinizzazione della forma dialettale Subrego, che di un "sopra" (Superaequum era in una conca montana al di sopra del territorio degli Equi) ha fatto un antistorico ma credibile sotto.
Anche i cosiddetti "riflessi toponomastici" italici, tipo Monte delle fate (= Tifata), Gioia (= Arx/Ocris Iovia) Tocco (= Ager/Finis Tuticus, cfr. u. tudcor, toce ed Aequum Tuticum) devono restare ai margini del nostro discorso, proprio in quanto alludono a, ma non documentano concrete situazioni toponomastici antiche.
Per quanto riguarda lel condizioni "linguistiche" delle attestazioni, è evidente che nei casi di documentazione indiretta (cioè per tramite del latino o del greco) bisogna fare i conti con la maggiore o minore congruenza fonologica (meglio: "fonotattica") e morfologica (possibilità di identificazione, anche sbagliata, di eventuali morfemi tentativi chiudi) rispetto al greco e al latino.
(...) Nei casi di documentazione diretta, invece (cioè non mi latini, greci o "indigeni" trasmessi dalle rispettive pertinenti linguistiche), bisognerà concentrare l'attenzione sulle relative normative grafiche e, più in generale, sugli aspetti diacronici e diatopici da cui tali normative dipendono.
Il recentissimo DETI di C. Tagliavini-T. Cappello è solo uno svelto e magro repertorio, buono a suscitare curiosità piuttosto che a soddisfarne, ma non certamente un corposo thesaurus su cui fondare articolate e puntuali indagini storico-comparative. Le raccolte regionali, invece, sono spesso eccellenti (basti pensare ai lavori di Pieri [Toscana], Alessio [Calabria], Colella [Puglia], Polloni [Romagna], Olivieri [Veneto Lombardia Piemonte], Petracco Sicardi-Caprini [Liguria], Battisti [Alto Adige], Frau [Friuli], etc.), ma ovviamente non costituiscono ancora un mosaico completo.
Etnici e toponimi di area osca:
problemi di stratigrafia e di storia onomastica 0 .PREMESSE TEORICHE E METODOLOGICHE 0.1. Stratigrafia e/o storia linguistico-istituzionale attraverso i dati etnotoponomastici? Il termine «stratigrafia», legittimo se applicato nella descrizione di strati geologici sovrapposti o in casi congeneri, dove l’evidenza fattuale è punto incontestabile di partenza per un procedimento cognitivo, risulta spesso equivoco, se suggerisce l’immagine della storia linguistica di un territorio in termini di un geometrico contrapporsi di tradizioni linguistiche successive, e può essere addirittura fuorviante, qualora ci si impegni a tracciare la storia (e, prima ancora, la preistoria e la protostoria) linguistica di questo territorio sulla base dei soli dati etnoponomastici. 0.2. Le fonti pluralità dei contesti (letterari, epigrafici, numismatici) e loro difformità Noi conosciamo gli etnici e toponimi di area osca attraverso tre grandi (e spesso in tale prospettiva diversissime) categorie testuali: fonti letterarie, epigrafiche, numismatiche - Si tratta, con ogni evidenza di fonti dirette, che ci forniscono un ricchissimo patrimonio dì dati. tuttavia in maniera alquanto difforme e secondo una complementarietà non sempre presente e qualche volta illusoria. Voglio dire che il toponimo attestato da un poeta non trova necessariamente l’etnico corrispondente nella documentazione epigrafica (sia essa latina, greca o indigena), mentre le legende monetali offrono spesso, attraverso le sigle, solo porzioni di dati onomastici, non sempre integrabili con l’aiuto delle altre due pertinenze testuali. 0.3 I dati: designazioni concorrenti, allotropia, oscillazioni fonetiche, varietà morfologica
Allo stato attuale degli studi possiamo affermare di possedere una conoscenza generica e collettiva di tutti i dati etnotoponomastici riferibili all'area osca, senza poter disporre ancora (ed è grave carenza) di un thesaurus veramente completo di tutte le attestazioni contenute nelle fonti, secondo un arco cronologico che vada dalle prime documentazioni fino al mondo tardo antico. 0.4. Analisi linguistica dei dati: la base onomastica. i suffissi derivarivi, il paradigma fiessionale, l’assunzione del genere, la comparsa del numero
L’analisi linguistica dei dati etnotoponomastici sopra inquadrati (ma non di questi soltanto, perchè è chiaro che ai fini della storia linguistica dell’area osca contano, oltre ai fenomeni di variazione -che sono i più eloquenti- anche quelli di fissità sincronica) deve essere, innanzi tutto e soprattutto morfologica, cioè «descrittiva» piuttosto che «interpretativa». Infatti le etimologie dei nomi propri, per quanto brillanti e convincenti, per quanto - in pochi casi fortunati- pericolosamente evidenti, non assumono mai (o quasi mai) carattere di necessità per l’agnizione linguistica e per la conseguente pertinentizzazione stratigrafica. Non
La toponomastica come fonte di conoscenze preistoriche e protostoriche    0. Premesse e presupposizioni: il fatto linguistico e il dato onomastico Parlo, in apertura di discorso, di premesse e di per supposizione, nella perfetta consapevolezza che le prime fanno parte di una (vecchia) tattica intesa a rendere efficace una strategia delle seconde. In senso vorrei subito sottolineare una differenza non netta, anzi scalata secondo fenomenologie straordinariamente complesse, e tuttavia fondamentale ed ineliminabile: da una parte il "fatto linguistico" con ricchissimo DNA sistemico, normativo e processuale, dall'altra il "dato onomastico", spesso un vero e proprio "fossile", che emerge da epoche immemorabili raggelato e - per così dire - bloccato in una sorta di designazione rigida che al fatto linguistico, sì, rimanda, ma sempre attraverso un elusivo o allusivo gioco di specchi deformanti, che si convertono ipso facto in trappole sin troppo ovvie per "etimologi a zonzo" o in deterrenti sin troppo efficaci per linguisti superciliosi e zavorrati di incrollabili certezze. Il dato onomastico così inteso (e quello toponomastico, in modo speciale) si offre, dal canto suo, molto spesso come unica (e perigliosa) chiave di accesso alla preistoria ed alla protostoria linguistiche; ma - a guardarlo, a saperlo guardare da vicino (ed è scienza che si fonda su una lunga esperienza) - non è poi… tanto male, soprattutto quando si riesce a passare indenni attraverso la sua trasparenza semantica illusoria e si riesce - se si riesce - a cogliere la sua eloquenza linguistica nascosta.
Di fronte al toponimo si ripropone a fortiori (per le ragioni appena dette) il dilemma che nel caso delle parole oppone lo scandaglio etimologico (con tutti rischi della risalita predocumentaria) alla cosiddetta histoire des mots (solitamente poggiata sull'evidenza dei testi). Con questo non voglio dire certo che al toponimo sia preclusa la condizione che in esponente è definita "storia onomastica", cioè un'attenta e motivata considerazione delle vicende storico- linguistiche (ma anche, in casi particolari, socio- e psicolinguistiche) attraverso le quali passano toponimi "di lunga durata" come - tanto per fare un esempio - i nomi del " Tigri" e delle "Eufrate", i due celebri, anzi emblematici fiumi mesopotamici (Idignadi e diBurano, in una versione sumerica, tanto per dare un'idea di quanta "acqua" linguistica ed esser passata per questi nomi fino a loro "approdo" onomastico attuale). Bisogna tutte vie insistere sul fatto che non esiste una reale alternativa fra etimologia e storia onomastica, in quanto la prima è - dal nostro punto di vista - nient'altro che preistoria e protostoria onomastica, l'una e l'altra spesso eruibili da soli indizi interni alle etichette designative di nuda nomina, secondo una procedura cognitiva simile a quella che permette di ricavare dalle condizioni di un fossile indizi non illusoria sulle variazioni climatiche, sui regimi nutrizionali o sulle condizioni patologiche che hanno ricordato il corrispondente essere vivente in epoche remotissime. Ma i toponimi non sono tutti uguali, proprio perché sono assai diverse le condizioni e le motivazioni della Namengebung. Per questo anni orsono mi sono permesso, nel quadro del progetto DETIA (Dizionario degli Etnici e dei Toponimi dell'Italia Antica), su cui tornerò tra breve, di proporre una classificazione di possibili istanze etnotoponomastiche (qui riproposta in versione leggermente modificata), che contempla otto (o, più esattamente, dieci) possibilità, le quali fondamentalmente chiamano in causa la pertinenza (eco-) o la non pertinenza (geo-) del dato antropico, secondo una scala che va dalle categorie primarie dei geotoponimi (acque, rilievi, arealità varie) e degli ecotoponimi (centri abitati e luoghi connessi), con i corrispondenti geoetnonimi ed ecotoponimi, alle categorie secondarie dei geoecoetnotoponimi (nomi di territori direttamente connessi con un geoetnonimo o con un ecotoponimo, nei quali la referenza al luogo avviene mediante richiamo alla pertinenza antroprica degli abitanti) e dei geoecotopoetnonimi (nomi di persone, ma anche di non- persone, cioè entità varie omologate a persone, direttamente connesse con un geotoponimo o con un ecotoponimo, nei quali la referenza a persone e/o entità varie assimilate avviene mediante richiamo alla pertinenza non antropica dei luoghi).
Più marginali, ma ugualmente motivate, restano le categorie di geo- ed ecoantroponimi (nomi propri di singole persone [antrop-] direttamente dipendenti da una delle condizioni precedenti) e di geo- ed ecoantroponimi (nomi di divinità e forme divine) [teo-] direttamente dipendenti da una delle condizioni precedenti). In questo modo - lo ripeto - credo di aver motivatamente proposto (non certo fondato!) una lessicologia dei toponimi (e dei commessi etnonimi) che (almeno) nel caso del DETIA ha prodotto risultati che, come mi auguro, saranno presto messi a disposizione degli studiosi interessati all'argomento.
Il dato onomastico dell'Italia antica emerge molto spesso da una lunghissima fase di preistoria e protostoria linguistiche, in cui si pongono in essere tutte le condizioni contestuali che promuovono il costituirsi delle lingue storiche. La sua antichità relativa e le sue modalità 'istituzionali' primarie (un nome proprio non è mai 'situazionale' in senso stretto) costituiscono spesso gravi incognite, alla cui soluzione osta il rischio fin troppo evidente di proiettare, nella procedura di agnizione predocumentaria, conoscenze seriori su ignoranze anteriori.
Cominciamo col dire che la progressiva acquisizione della facoltà del linguaggio, nella lunghissima trafila evolutiva che porta da homo abilis fino al sapiens sapiens attuale, molto probabilmente vede prima (molto prima) l'affioramento del nome comune (classe designativa per stati di cose) e dopo (molto dopo) quello del nome proprio (designazione puntuale di una specifica cosa o persona). Si potrebbe dire che nella preistoria più antica i nomi propri sono necessariamente rari (più esattamente: effimeri), data una condizione sociolinguistica di scarsa rilevanza della dimensione individuale (persone, cose) in un quadro organizzativo tendenzialmente comunitario ed in una condizione di grande mobilità spaziale; nella preistoria media aggregazioni umane maggiori e più definite organizzazioni territoriali promuovono l'insorgere di ipostasi designativa (divine, umane, geografiche), che diventano o, meglio, possono diventare nomi propri; nella preistoria recente e, soprattutto, nella protostoria - che è la fase preistoricha immediatamente predocumentaria - dobbiamo infine supporre un incremento onomastico massiccio, che in fase storica continua in modo esponenziale, secondo ritmi di crescita che sono sotto gli occhi di tutti. La lunghissima aurora delle lingue è prima "notte" e solo dopo, molto dopo, anche lunghissima aurora onomastica. Vorrei, a questo proposito, citare l'emblematico "programma onomastico" del re sumerico Gilgamesh (testo e risalente agli inizi del secondo millennio a.C.), nel momento in cui si accinge al suo primo viaggio di conoscenza (iniziaticaa), verso il paese montuoso dell'immensa foresta di cui è custode il drago Huwawa: Non c'è nessuna area della nostra penisola (e a questa condizione non si sottraggono le isole maggiori e minori che le contornano) che appaia - in epoca preistorica e protostorica e da un punto di vista onomastico - completamente isolata rispetto alle altre: la pluralità linguistica, insomma, non si converte mai in dell'Italia antica (come, del resto, nell'Italia di tutte le epoche, nonostante qualche risibile tentativo particolaristico attuale) in barriera etnolinguistica, ma funziona sempre e sin dalla preistoria più remota come "nicchia interlinguistica" o come "lega linguistica" con eloquenti riflessi onomastici. Tutti i progetti di conoscenza particolareggiata o sistematica del patrimonio etnotoponomastico, in particolare, devono tenere nel debito conto questa circostanza, che sconsiglia dal fissare il thesaurus dei dati sotto etichette linguistiche rigide e predefinite nel tempo e nello spazio.
In questo modo i problemi emergenti (a titolo di esempi: il più antico assetto idronimico, l'origine di alcuni nomi emblematici, certe ricorsività morfotattiche e morfologiche, ecc.) troveranno un loro inquadramento "elastico", che è poi quello realmente più rispettoso della pluralità e della complessità di dati e della loro non facile contestualizzazione etnolinguistica.
(in "Lingua e cultura
degli Oschi" a cura di E. Campanile, Pisa 1985, pp. 67-87).
In realtà, quando si lavora (per amore o per forza) con l’aiuto, ora muto ora apparentemente eloquente, di quelle sfingi linguistiche che sono i nomi propri, si ha continuamente l’impressione che non di solidi strati sia fatto il nostro cammino, ma spesso (e, nel caso del mondo antico, quasi sempre) di vere e proprie sabbie mobili, pronte ad inghiottire lo svagato ricercatore, proprio quando più gli sorride il miraggio di un’improbabile agnizione linguistica.
Piuttosto che di «stratigrafia», nell’accezione che questa assume sulla scia di un positivismo storico-linguistico «ingenuo», parleremo qui preferibilmente di una possibile storia linguistico-istituzionale attraverso i dati etnoponomastici, cioè di una storia onomastica dell’area osca sulla base di etnici e toponimi, con l’ovvia avvertenza che, con una siffatta documentazione, di tale storia non sarà certo possibile scrivere con la stessa bella evidenza tutti i capitoli, anzi qua e là resteranno molte pagine bianche o appena segnate da vaghi o vaghissimi accenni.
Nell’area osca, in particolare, vanno segnalate forti difficoltà in tal senso, a causa di una generale ipocaratterizzazione linguistica dei dati etnotoponomastici : voglio alludere ad una relativamente scarsa produttività dei suffissi , ad una poco apprezzabile ricorsività delle basi onomastiche , alla generale difficoltà di attribuire un etnico o un toponimo a questa o a quella lingua storicamente conosciuta (a prescindere, naturalmente, dai casi non numerosi di pertinenza evidente).
Si ha l’impressione, quando si percorre in lungo e in largo l’area osca alla ricerca di consistenti filoni etnoponomastici, che le lingue a noi note del mondo antico (etrusco, osco, greco, latino) abbiano funzionato piuttosto da «filtri di trasmissione» di nomi di popoli o di luoghi di incerta origine che da veri e propri gencratori linguistici dei medesimi . Ma è difficile trarre una conclusione univoca da questa impressione: certamente una grossa porzione de patrimonio etnotoponomastico consegnatoci dalle fonti antiche si ricollega in modi tutt’altro che perspicui al cosiddetto «sostrato mediterraneo», che è tuttavia poco più di un’etichetta per conoscenze linguistiche vaghe ed approssimative ma non possiamo nemmeno dimenticare che troppo poco conosciamo del lessico di base dell’etrusco e dell'osco per poter negare a priori una loro più incisiva implicazione nel dossier dei dati9. Ma di questo, in fin dei conti, non ci dobbiamo preoccupare più di tanto: il nostro infatti, non è un «viaggio etimologico» alla ricerca delle origini prossime o remote dei nomi di genti o di luoghi di arca osca, bensì un tentativo di riflessione su metodi e limiti di questa particolarissima problematica etnotoponomastica
Ci sono poi altre considerazioni da fare: innanzi tutto, nel caso delle fonti letterarie, va segnalata la forte pressione contestuale come condizione dell’emergenza delle attestazioni, mentre è relativamente raro il caso di un autore, storico o geografo che sia, il quale intenda proporre un repertorio sistematico ed esaustivo di etnici e toponimi. Con questa restrizione, diremo che la nostra documentazione, basata sulle fonti letterarie, è per l’area osca (come, del resto, per altre aree dell’Italia antica) piuttosto «casuale», nel senso che il dato etnotoponomastico diventa a noi noto più per una serie fortunata di circostanze che per un preciso intento di documentazione da parte delle fonti antiche. Nel caso delle fonti epigrafiche (latine, greche. indigene) bisogna tener conto delle norme di redazione di questi particolari testi, che privilegiano la citazione dell’etnico rispetto a quella del toponimo, mentre un altro problema può sorgere quando ci troviamo di fronte a due etnici concorrenti, cioè tratti dalla stessa base onomastica con diversi procedimenti derivativi. In questo caso, infatti, ci si può chiedere se la forma di un etnico sia frutto di adeguamento ad una «moda» dominante (greca o latina) o rispecchi fedelmente una o più pertinenze diatopiche indigene.
Infine, nel caso delle fonti numismatiche, la "casualità" della documentazione raggiunge - per così dire - il livello più alto mentre il dato linguistico è spesso coartato o addirittura amputato dall’esiguità dello spazio scrittorio.
Sono, queste, circostanze a tutti note, ma il linguista ha il dovere di insistervi, proprio perché le sue inferenze o conclusioni linguistiche si basano - in questo caso su dati fattuali affatto particolari. Bisogna, in questo caso, parlare senza mezzi termini di pluralità, frammentarietà, difformità della documentazione senza rinunciare per questo a tentare tutte le vie di una ricostruzione «a mosaico» delle situazioni etnotoponomastiche di area osca, sia in senso sincronico sia in senso diacronico, sia con richiamo ad una singola lingua sia nel quadro di presumibili interferenze tra lingue diverse, senza tuttavia perdere mai di vista il contesto «istituzionale» della particolare documentazione presa in esame.
I fenomeni più vistosi che emergono da una prima ricognizione dei dati possono essere sintetizzati sotto le etichette di «designazioni concorrenti», «allotropia», «oscillazioni fonetiche», «varietà morfologica», senza la pretesa di esaurire in questo modo un possibile quadro.
Per «designazioni concorrenti» intendo i casi, ben noti, di idronimi come Galaesus/Eurotas, Siris/Semnus , Trento/Fertor Fabaris Farfarus Clanius/ Liternus Volturnus/Casilinus/Lothronos o di poleonimi come Poseidonia/Paestum Anxa/Callipolis…o, infine, di coronimi come Inarime/Pithekousai.
Le designazioni concorrenti sembrerebbero costituire il banco di verifica ideale per una possibile stratigrafia etnotoponomastica. soprattutto quando assumono con chiarezza una diversa pertinenza diacronica e quando sussistano, come si è visto, sufficienti conferme di ordine linguistico (in termini di trasparenze lessicali o di indizi morfologici e fonetici).
Ugualmente interessanti sono i casi (numerosissimi) di allotropia cioè di forme più o meno diverse assunte dalla stessa designazione onomastica. Ancora una volta bisogna evitare di costituire, sulla base di questo materiale, una stratigrafia rigida, reificata nell'immagine di un ordinato succedersi di lingue.
Proverò a citare i casi più evidenti, tentando allo stesso tempo una prima classificazione puramente formale: nel campo degli idronimi si fronteggiano forme con diversa vocale tematica (Aisaros/Aesaris, Silarus/ Silaris, Semirus/ odierno Simmari) o apparentemente oscillanti tra forma di base e forma derivata Kasan, acc./ Casuentus) o marcati da diversi suffissi Aufidus ma moderno Aufanto ...); nel campo dei paleonimi in alcuni casi si potrà agevolmente parlare di forme di base e di forme derivate (Laos/Lavinium…Aufidum/Aufidena…), in altri di forme concorrenti (Vibinum/Pleistike/, Baris/Ouereton); nel campo dei tribonimi richiamo l' attenzione sulle coppie Oenotri/Oenotrii, Dauni/ Daunii e sulle forme concorrenti Brutti/ Brut(t)ates/ Bruttaces…; infine il fenomeno in questione si manifesta con la massima intensità nel campo degli etnici(Crotonienses/Crotoniates...Arpani/Arpini...Anxani/Anxates...), tuttavia sempre in modi poco perspicui, perchè poco coerenti, ai fini di una possibile stratigrafia linguistica.
Anche le oscillazioni fonetiche» si presentano come una selva intricata di dati, su cui pesa il dubbio dell’illusorietà qualora si tratti di tradizioni corrotte: è probabilmente il caso di nt/t in Argentini/Argetini di s/f in Ausidum/Aufidum mentre di più difficile analisi sono le varianze p/ph in Apina/Affannai ...e in Butuntum/Butruntus; una maggiore sicurezza legata ad una più netta caratterizzazione areale, si ha nei casi —per altro ben noti— delle oscillazioni vocaliche au/a (Ausculum/Asculum) ... ed e/o (u) (Brentesion/Brundisium....) nonché nel caso della varianza consonantica rappresentata dalle coppie Augentum/Uzentum...
Non saprei invece come giudicare casi di fonemi mobili, quali a- iniziale nelle coppie Alusias/Lusias...e c-, parimenti iniziale in Kaulonia/Aulonia; nè ci soddisfa più la generica agnizione "mediterranea" nel caso di presunte alternanze, quali e/a in Matinus/Metinates in Buxentum/Puxous, g/k in Galatia/Kalatia ...
Infine nelle coppie Tifatinus/Tifatenos ...sarei più propenso a scorgere un fenomeno di allotropia derivativa che non l’emergenza di un fatto osco (cioè il passaggio di e lunga a i breve) In conclusione bisognerà pure spendere qualche parola per i casi di «varietà morfologica», cioè la coesistenza di attestazioni di forme di genere e numero diverso per la stessa designazione toponomastica: qui basterà citare qualche esempio, riservando ad altra occasione l’esame esaustivo del fenomeno.
Si tratta, in pratica, di due casi principali: variazioni tra maschile e neutro, dove però conta il fatto decisivo del filtro linguistico (Garganus mons/Garganon Oros; Liburnus (mons?)/ Liburnon Oros Matinus mons/Matina cacumina/litus Matinum.. Liternus/Literna palus), mentre più complessa appare l’analisi storico-linguistica della variazione tra neutro e femminile (Dirium/Diriam,acc., Genusium/Genusia…) e variazione tra singolare e plurale, dove si noterà (a parte il caso banale di Japigium promuntunium/akra Iapugia) che sono coinvolti soltanto nomi di genere femminile (….Herdonia/Herdoniae, Lupia/Lupiae).
(in "Toponomastica calabrese" a cura di J. Trumper, A. Mendicino, M. Maddalon, Roma 2000, pp. 23-43).
   0.1. Il toponimo: trasparenza semantica illusoria, eloquenza linguistica nascosta
Il toponimo' è un "punto di designazione" o, se si preferisce una designazione puntuale che non ha come referenti "stati di cose" nè occorrenze o varianze di qualcosa, ma solo e soltanto una "cosa", quella che (il modo palesemente deittico) è riconosciuta come unica e non altrimenti ricorsiva in un dato sapere etnolinguistico (e, in tal senso, esso è nettamente distinto dal "nome geografico", anche se - come è ovvio - può essere stato, prima di assurgere ad ipostasi onomastica, un nome geografico, in una inferibile procedura di Namengebung). Su un piano semantico vale per esso una condizione differenziatrice idiosincratica, che sconsiglia di riconoscervi una condizione (ancora) attiva di significazione, legata all'agnizione di una istanza sintagmatica soggiacente: Neapolis, per intenderci, quando cessa di essere un sintagma di significazione normativamente corrispondente ad un sintagma antonimico significante una "città vecchia", non ha più - perciò stesso - la significazione di "città nuova", non è più una nea polis (due accenti!), ma è Néapolis (un solo accento!), passa cioè dalla condizione di sintagma frastico (con ordine AN) a quella di sintagma lessicale (composto nominale) e poi - grazie anche al "filtro" della tradizione latina - trapassa da una condizione (greca) polimorfemica ad una condizione (neolatina) di fatto monomorfemica, per di più attraverso un'evoluzione fonetica non predicibile in termini di Lautgesetz, che nella fattispecie - se mi è consentito il gioco di parole - non "erode" i suoni precedenti in rapporto alla sequenza [nea], ma ne "erade" uno solo [e], come fanno talvolta i capricci del tempo e degli umani eventi nel caso di un segno inciso o impresso su una superficie scrittoria. Ma proprio in tutto questo c'è un'eloquenza linguistica nascosta, che qui abbiamo ripercorsa a volo d'uccello, di fronte a un caso perfettamente documentato, mentre in molti altri casi si coglierà la maledizione della molto amata (ma non ricambiante) fanciulla di Saffo, di andare cioè "oscuri" tra "oscure" cose "svolazzando".
   0.0.1 Etimologia e/o storia onomastica: per una lessicologia dei toponimi (e degli etnici)
0.1.2. Morfoanalisi sequenziale e/o segmentazione morfologica.
Un'altra mia (altrettanto "modesta" ma più recente) proposta consiste in una procedura descrittiva del toponimo e dell'etnonimo sprovvisti di etimologia e di storia onomastica (in pratica tutti quelli attestati attraverso una o più tradizioni linguistiche, ma in nessun modo riferibili ad una di queste), dalla quale - se non mi inganno - è possibile muovere per giungere a caratterizzazioni preistoriche e protostoriche di siffatto materiale, basate unicamente sulla sequenzialità morfica, dove per 'morfo' si deve intendere una configurazione fonotattica dotata di ricorsività apprezzabile, che ne indizia, a volte fortemente (senza mai dimostrarne completamente), una precedente condizione morfemica. La morfoanalisi sequenziale di toponimi ed etnonimi di origine preistorica e protostorica, morfologicamente integrati in lingue storiche, precede logicamente la segmentazione morfologica e indizia cronologicamente una o più fasi linguistiche precedenti a quella per cui questa si rende possibile. In più riesce talvolta a far scorgere che un certo procedimento derivativo, produttivo in nomi propri operanti in una lingua storica, è possibile (e spesso probabile) frutto di rialnalisi e risegmentazione di un luogo di giuntura tra morficità preistorica e morfema (proto)storico. Questa è - tanto per fare qualche esempio - la vicenda di forme onomastiche derivative dell'Italia antica, in cui da 'basi' a fonotassi primaria CVC con esiti vocalici diversi (.a, e sono i più frequenti, u lo è meno, i è raro, o è rarissimo) in giuntura con morfemi (proto)storici quali -rn-, -nt- e, magari, -sk-; inoltre quelli in -ant-, e in -ent- e, magari, -unt-; infine quelli in -ask-, -esk- e magari -usk- rispettivamente. Ma anche i morfemi (proto)storici qui ricordati non sono necessariamente primari e possono benissimo essere sorti dalla 'fusione' di morfi precedenti (in pratica: -.r.n.-, -.n.t.-, -.s.k.-). Applicando questo criterio di analisi sequenziale ai più importanti 'nomi nazionali' dell'Italia antica sono pervenuto all'individuazione di uno 'schema morfotattico soggiacente' che rende ragione dell'assetto preistorico e protostorico di un 'gran numero di nomi ed ora sto facendo altrattanto con i materiali del thesaurus del DETIA con esiti decisamente confortanti. Lo schema morfotattico soggiacente a molti etnotoponimi dell'Italia antica, non (ancora) cancellato da fenomeni di erosione fonetica o di risegmentazione morfologica delle lingue documentarie, conduce all'individuazione di non meno di quattro morfi sequenziali e può essere espresso così: 1. CVC [VC, CV]./. +2.V./(-).+3.C.+4.V./.C..
0.2. Preistoria e protostoria: la lunghissima aurora delle lingue.
nei luoghi dei nomi già dati, là voglio poggiare il mio nome;
nei luoghi dei nomi ancora non dati, là voglio poggiare i nomi divini!
0.2.1. I tre "respiri" della preistoria: spazi, piste e nicchie
In realtà la preistoria linguistica (e la connessa preistoria onomastica) non è affatto una sorta di continuum indifferenziato, privo di accadimenti e deterministicamente orientato in senso evolutivo, ma ha (deve avere avuto) fasi o "respiri", che i fatti riscontrabili in tutte le lingue permettono di ricostruire, sia pure per linee molto generali. Nella preistoria linguistica antica (corrispondente grosso modo al paleolitico) una miriade di piccole bande, ciascuna in possesso della sua particolare forma di comunicazione linguistica rudimentale, si estende su territori vastissimi ricorrendo a continue (e contigue!) commutazioni di codice, che favoriscono l'insorgere di corrispondenze a maglia larga, in pratica il costituirsi di macroaree di generalizzazione tipogenetica, che noi chiamiamo spazi. I grandi corrugamenti montuosi della massa continentale emersa tra Atlantico e Pacifico (dai Pirenei al Tibet), la discriminante del subcontinente indiano, la condizione insulare dell'area maleopolinesiana, la condizione (meno o più) "appartata" di Africa, Australia e America disegnano di fatto i contorni (ovviamente sfumati) di questi "spazi" tipologicamente marcati: quello indomediterraneo e afroasiatico, flessivo o iperflessivo e con accento tendenzialmente dinamico, che è meridionale ed occidentale; quello sinotibetano e austroasiatico, isolante o paraisolante e con accento tendenzialmente musicale, anche esso meridionale ma orientale; quello euroasiatico e paleoasiatico, agglutinante secondo varie gradazioni e con il fenomeno dell'armonia vocalica, che è settentrionale. Un discorso parte va fatto per lo spazio austronesiano, che si potrebbe definire la risposta "oceanica" allo spazio continentale appena descritto, secondo una dilatazione enorme che va dall'isola di Madagascar a quella di Pasqua, ed è connesso da una parte con lo spazio austroasiatico (a sua volta con propaggini indiane e indomediterranee), dall'altra con le arealità estremamente arcaiche indopacifiche e australiane. Analoghi discorsi infine varranno per gli spazi africani e americani, per i quali - a mio sommesso parere - le "classificazioni" greenberghiane non vanno estremizzate in senso genealogico (come sembra fare Ruhlen) ma rivisitate semmai in senso macroareale nel quadro di una possibile tipogenesi preistorica. Nella preistoria linguistica media (corrispondente grosso modo al mesolitico) le antiche bande cominciano raccogliersi in tribù e in esse ed oltre esse (rapporti intertribali) sono progressivamente coinvolte in fenomeni di leghe linguistiche (con eventuali e connesse egemonie), che favoriscono l'insorgere di corrispondenze a maglia stretta, in pratica il costituirsi di mesoaree di specificazione gruppogenetiche, che noi chiamiamo piste. La spinta al dinamismo etnico e all'intreccio interlinguistico (si ricordi che le "piste" sono spazi quasi obbligati o, almeno, privilegiati di scorrimento di genti e tradizioni linguistiche) deriva da eventi macroscopici e di lunghissima durata come l'ultima glaciazione con i connessi periodi preglaciale e postglaciale. Nel caso delle piste è possibile riconoscere due tipologie areali: una più antica, per così dire "verticale", con movimenti nord- sud (fasi preglaciali e glaciali) e sud- nord (fasi glaciali e postglaciali), in cui il primo movimento è responsabile di convergenze strutturali specifiche (convergenze etniche), il secondo di condivisione lessicali altrettanto specifiche (irradiazioni culturali); ed una più recente, per così dire "radiale", con movimenti concentrici verso un polo di gravitazione culturale e costituzione di una "vocabolario comune" e di cospicue coincidenze grammaticali. Riconosco da occidente a oriente le seguenti piste: eurafricana occidentale, verticale, responsabile di convergenze preistoriche tra lingue dell'Africa settentrionale occidentale e lingue dell'Europa atlantica in epoca ovviamente preindeuropea (antefatti di berbero, basco e lingue preceltiche continentali ed insulari); eurafricana orientale, radiale, responsabile di convergenze preistoriche e di processi formativi comuni tra le lingue destinate diventare indeuropee, tra carveliche e semitiche, in nesso con il nodo culturale anatolico- mesopotamico (il cosiddetto "nostratico occidentale", ovviamente depurato di ogni pregiudiziale genealogica); indoasiatica, verticale o più esattamente pluriverticale, responsabile di convergenze preistoriche e di processi formativi comuni tra lingue destinate a diventare (in una misura molto diversa l'una dall'altra, a causa dell'enorme dispersione areale della pista stessa!) uraliche, altaiche o dravidiche (il cosiddetto "nostratico orientale", anch'esso naturalmente senza alcuna pregiudiziale genealogica); infine asioamericana, radiale o più esattamente pluriradiale, responsabile di vari processi di ominazione tra Asia e America, di cui sembrano essere deboli e antichissime tracce le convergenze tra lingue caucasiche (settentrionali), sinotibetane, paleoasiatiche e na- dene ed indizio più recente ed assai più eloquente la famiglia eskimo- aleutina per non parlare di altre possibili connessioni interpacifiche (come quelle tra area maleopolinesiana e amerinda).
Nella preistoria linguistica recente (corrispondente grosso modo al neolitico) le antiche tribù si associano stabilmente in popoli e questi tendono ad identificarsi in territori dai contorni sempre più definiti, dove l'insorgere dell'agricoltura e dell'allevamento con il conseguente accumulo di beni promuove forme amministrative precoci, nel quadro di un'economia protostatale. Le tradizioni linguistiche, possiamo ormai dire le lingue di questi territori, mostrano al loro interno corrispondenze a maglia strettissima, insieme all'insorgere più che comprensibile di varietà egemoni, in quanto ormai stanno operando microaree di caratterizzazione glottogenetica, che noi chiamiamo nicchie. Ogni preistoria linguistica recente è per ciò stesso fatto almeno altamente idiosincratica, che si esalta in fenomeni di ipercaratterizzazione, non appena sia stato tutto esaurito l'ormai breve percorso della protostoria linguistica (con le sue ricaratterizzazione, v. avanti) e - grazie all'uso della scrittura - alle lingue sia dato l'evento straordinario ed irreversibile dell'epifania documentaria. Le grandi nicchie neolitiche di caratterizzazione glottogenetica, in situazioni estremamente diverse nel tempo e nello spazio e tuttavia per moltissimi aspetti congruenti, sono proprio i luoghi di più precoce coltivazione dei cereali e di più precoce manifestazione della scrittura (si ricordi che nella Mesopotamia sumerica Nisaba è dea delle scritture e delle messi!): orzo, poi frumento, nell'Asia occidentale premediterranea e mediterranea e nell'Africa settentrionale orientale (Mesopotamia, Anatolia, Egitto); miglio, poi riso in Cina; mais in area andina e mesoamericana (Incas, Maia Aztechi).
0.2.2. Protostoria: l'epifania linguistica e l'epifania onomastica
La protostoria è il luogo elettivo di ogni ricaratterizzazione linguistica: a titolo di esempio diremo che nella bassa valle del Tevere l'indeuropeo, in parte già caratterizzato in aree, tempi e modi non sempre accettabili, si caratterizza come latino (di Roma, ma anche come altri latini). Il latino si è che caratterizzerà poi come neolatini in luoghi e tempi diversi; ed altre ricaratterizzazioni sono possibili e sono in realtà avvenute (si pensi alle varietà dello spagnolo americano). Tutta l'Italia antica vede un fiorire protostorico di ricaratterizzazioni linguistiche, quasi tutte di matrice indeuropea in nicchie tendenzialmente non indeuropee o almeno di indeuropeità non immediatamente corrispondente alla rassicurante facies delle codifiche ricostruttive. In questa prospettiva solo possibili "messe a fuoco" propostostoriche duttili e complesse e, in tal senso, l'etrusco è plausibile frutto di una ricca rateizzazione sul suolo italiano di una precedente (e assai mal definibile) caratterizzazione perindeuropea di area anatolica o mediterranea orientale (connessioni "tirreno- pelasgiche"?); il ligure, immagine linguistica quanto mai evanescente è a metà strada tra indeuropeo e non indeuropeo in una "nicchia" prima paleuropea ed assai espansa, poi mediterranea (occidentale, poi nordoccidentale) sempre più ristretta; le lingua della stele di Novilara è espressione, come quella della stele di Lemno (ben diversamente situata) di una ricaratterizzazione paraetrusca altamente idiosincratica; e l'elenco potrebbe continuare. Ma qui ci preme di più segnalare nuovamente lo specifico rapporto tra epifania linguistica ed epifania onomastica nel caso altrettanto specifico dell'Italia antica: dal momento che la seconda non è mai indipendente dalla prima, anzi proprio in quanto suo stato documentario è sempre riconducibile a specifiche fonti scritte (letterarie, epigrafiche, numismatiche), si arriva fatalmente alla conclusione che i più arcaici dati onomastici dell'Italia antica passano sempre attraverso il "filtro" più un meno deformante di specifiche tradizioni linguistiche (greca e latina, in particolare) e non rendono mai diretta testimonianza di lingue (pregreche e prelatine) di cui sono presumibile espressione originaria.La protostoria è il luogo elettivo di ogni ricaratterizzazione linguistica: a titolo di esempio diremo che nella bassa valle del Tevere l'indeuropeo, in parte già caratterizzato in aree, tempi e modi non sempre accettabili, si caratterizza come latino (di Roma, ma anche come altri latini). Il latino si è che caratterizzerà poi come neolatini in luoghi e tempi diversi; ed altre ricaratterizzazioni sono possibili e sono in realtà avvenute (si pensi alle varietà dello spagnolo americano). Tutta l'Italia antica vede un fiorire protostorico di ricaratterizzazioni linguistiche, quasi tutte di matrice indeuropea in nicchie tendenzialmente non indeuropee o almeno di indeuropeità non immediatamente corrispondente alla rassicurante facies delle codifiche ricostruttive. In questa prospettiva solo possibili "messe a fuoco" propostostoriche duttili e complesse e, in tal senso, l'etrusco è plausibile frutto di una ricca rateizzazione sul suolo italiano di una precedente (e assai mal definibile) caratterizzazione perindeuropea di area anatolica o mediterranea orientale (connessioni "tirreno- pelasgiche"?); il ligure, immagine linguistica quanto mai evanescente è a metà strada tra indeuropeo e non indeuropeo in una "nicchia" prima paleuropea ed assai espansa, poi mediterranea (occidentale, poi nordoccidentale) sempre più ristretta; le lingua della stele di Novilara è espressione, come quella della stele di Lemno (ben diversamente situata) di una ricaratterizzazione paraetrusca altamente idiosincratica; e l'elenco potrebbe continuare. Ma qui ci preme di più segnalare nuovamente lo specifico rapporto tra epifania linguistica ed epifania onomastica nel caso altrettanto specifico dell'Italia antica: dal momento che la seconda non è mai indipendente dalla prima, anzi proprio in quanto suo stato documentario è sempre riconducibile a specifiche fonti scritte (letterarie, epigrafiche, numismatiche), si arriva fatalmente alla conclusione che i più arcaici dati onomastici dell'Italia antica passano sempre attraverso il "filtro" più un meno deformante di specifiche tradizioni linguistiche (greca e latina, in particolare) e non rendono mai diretta testimonianza di lingue (pregreche e prelatine) di cui sono presumibile espressione originaria.
1. Progetti e problemi tra protostoria e preistoria onomastica italiana
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